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Il Maestro

Sofia Arredondo  /  11 Minuti di lettura  /  Culture, Climbing

Un'ode a Raúl Revilla Quiroz, uno dei padri dell'arrampicata su roccia messicana.

Alfredo Revilla, figlio di Raúl Revilla Quiroz, conserva uno dei mitici scarponi Revilla nella bottega di suo padre. Per oltre 60 anni, è qui che Raúl ha realizzato a mano i suoi scarponi di alta qualità, con l'obiettivo di soddisfare le esigenze della comunità alpinistica. È un lascito importante che Alfredo ha ereditato e che mantiene vivo ancora oggi. Pachuca, Hidalgo, Messico. Foto: Edgar Hurtado

Raúl Revilla Quiroz ha lasciato un segno nella comunità alpinistica messicana seguendo la sua passione. Rispettato e ammirato in tutto il Paese, è stato inserito nella Hall of Fame dell’alpinismo dalla Confederazione sportiva messicana nel 2009 in riconoscimento dei suoi successi sulle pareti verticali. La sua morte improvvisa nel gennaio 2022 è stato uno shock per tutti, e noi di Patagonia lo ricorderemo per sempre. Le parole che seguono sono un omaggio alle vette raggiunte, al suo lavoro di abile artigiano di scarponi d’arrampicata e alla sua eredità di mentore e appassionato promotore dell’arrampicata.

Amici e parenti ricordano l’eredità di Raúl Revilla Quiroz.

Solamente chi ha provato l’emozione di fare un passo nel vuoto a 30 metri da terra, chi ha bevuto dell’acqua dopo aver trascorso sette ore sulle rocce senza sosta, chi si è gettato su un letto morbido e caldo dopo due o tre notti fredde all’aperto, chi ha sentito l’affetto dei propri cari tornando a casa, chi ha compreso l’invisibile legame di amore e comprensione con il resto della squadra, l’enorme piacere di mangiare dopo un’intera giornata senza aver mangiato nulla perché troppo occupati ad arrampicare… solo queste persone sono in grado di capire l’arrampicata su roccia e l’amore per la montagna.” —Tomás Velázquez, Mexican Climber’s Guide, 1955.

Raúl Revilla Quiroz, l’uomo dietro i leggendari scarponi Revilla nonché uno dei più importanti scalatori di grandi pareti a Hidalgo, in Messico, negli anni ’40 e ’50, era una di quelle persone che ammiravi non solo per quello che faceva ma anche per chi era. Arrampicatore appassionato, artigiano e, soprattutto, mentore per generazioni di alpinisti e scalatori messicani, Raúl è stato giustamente soprannominato “El Maestro”. Ha lasciato una notevole collezione di vie di arrampicata e una varietà di invenzioni che hanno aperto la strada allo sviluppo dell’arrampicata in Messico.

Il Maestro

Raúl raggiunge una vetta a Hidalgo negli anni ’40 o ’50, l’età d’oro delle prime scalate messicane, di cui era un protagonista. Pachuca, Hidalgo, Messico. Foto: Collezione Alfredo Revilla

Nato il 23 gennaio 1923 a Pachuca, nello stato di Hidalgo, i primi anni di Raúl hanno forgiato la sua personalità. Avendo perso entrambi i genitori, il giovanissimo Raúl fu cresciuto da un’amica di sua madre, Doña Aurelia, che lo crebbe come se fosse suo figlio. Insieme superarono grosse difficoltà tra cui un’epidemia di tifo – a cui Raúl sopravvisse miracolosamente mangiando 1 cracker e bevendo due sorsi di latte al giorno – e la povertà, motivo per cui Raúl iniziò a lavorare all’età di 9 anni presso Ten-Pac, una fabbrica di scarpe specializzata nella produzione di scarponi da lavoro pesanti indossati dai minatori. Lì apprese le abilità che lo avrebbero poi aiutato a sviluppare la sua creazione più famosa: scarponi da arrampicata in pelle con suole realizzate con pneumatici di aeroplani riciclati, che lo accompagnarono nelle sue imprese sulle montagne messicane per oltre sei decenni.

I paesaggi rocciosi che circondavano la città natale di Raúl stimolarono il suo interesse per l’esplorazione, un’attività che sarebbe poi diventata un patto con la natura e avrebbe messo le basi della sua carriera di scalatore. Il suo amore per quei luoghi selvaggi e per le loro vette si rispecchia nel prologo che Raymundo Solís scrisse per V Grado: “Esplorando le montagne troverai tesori naturali che devi proteggere dalla piaga della civiltà: laghi, meravigliose scogliere scoscese, prati sconfinati e profondi sentieri pieni di alberi, ruscelli e ossigeno che accendono la voglia di vivere e alimentano il desiderio di tranquillità.

Il rapporto di Raúl con l’arrampicata nacque alla fine degli anni ’30 quando, da adolescente, fu invitato dai membri dell’Exploration Club of Mexico a scalare El Fistol del Diablo a Las Ventanas. Lo scalatore e guida alpinistica Héctor Ponce de León ha ricordato quelle escursioni con Raúl. “Ricordo gli spit che usavano in parete”, dice. “La classica via di arrampicata di Las Ventanas [originariamente] aveva un solo chiodo per proteggersi a 25 metri, un chiodo al quale oggi non appenderei nemmeno una foto. Sapevo che anche altri avevano contribuito allo sviluppo dell’attrezzatura, ma era stato soprattutto Revilla a farlo. Ero affascinato dalle storie sull’arrampicata prima che esistessero i moschettoni a leva aperta, quando si doveva fissare un chiodo, slegarsi, passare la corda attraverso l’anello e legare di nuovo…non riesco a immaginarmi su una parete a fare tutto questo, a slegarmi e rilegarmi di nuovo!”

Non molto tempo dopo, Raúl scalò il Peñón del Zorro con Antonio Ortiz, José Gertrudis Menchaca e Francisco Santamaría, un’arrampicata per la quale usarono un bastone come piolo per il primo movimento. Quindici metri sopra il primo cavo di ancoraggio e a 45 metri da terra, conficcarono un tronco sottile nella fessura per mancanza di chiodi o ganci. Dopo aver raggiunto la vetta, si calavano a mani nude su corde di agave.

Il Maestro

C’è sempre un po’ di ansia quando ci si cala in doppia su un big wall. Immagina di farlo senza imbragatura o ancoraggi di sicurezza! Raúl tocca terra alla vecchia maniera dopo una giornata di arrampicata a Pachuca. Foto: Collezione Alfredo Revilla

Raúl ha rapidamente spianato la strada al futuro dell’arrampicata in Messico, portando a termine importanti scalate con un’attrezzatura minima: la parete nord di Las Ventanas, El Centinela, La Blanca, Los Panales, El León Alado, Las Tres Marías, La Aguja de las Monjitas, El Corazón, El Circo del Crestón, La Pezuña e La Muela. Nel 1942, insieme a José Gertrudis, Antonio e Francisco, Raúl si innamorò della famosa Peña Rayada, una via che segnò una nuova era nell’arrampicata messicana. Senza protezioni e con solo una corda, aprì ogni tiro perché, come lui stesso ha ricordato, i suoi compagni avevano famiglia e lui no.

Non ci sono dati precisi sul numero delle prime scalate di Raúl, ma sono sicuramente più di quante pensiamo. E sebbene sia in gran parte ricordato per le calzature e l’attrezzatura da arrampicata che ha sviluppato come parte della sua filosofia di alpinismo, il suo lascito va molto oltre. Nelle parole di Germán Wing, uno dei più grandi scalatori messicani fortemente sostenuto da Raúl, la sua eredità non dovrebbe essere interpretata come qualcosa di materiale, come una montagna, una via, o dei chiodi. “Quello che lasci in eredità è lo spirito, l’essenza della tua filosofia, del tuo modo di pensare”, dice Germán di Raúl, che ammirava come artigiano e avventuriero esperto, intelligente e visionario.

Il Maestro

Raúl (a sinistra) ed Emilio Vega (a destra) si trovano in cima a una via con un altro alpinista sconosciuto dopo una giornata di arrampicata. Foto: Collezione Alfredo Revilla

Il prologo di Raúl in V Grado sintetizza la filosofia che ha seguito nella sua vita: “Scalando scogliere, camminando su alberi caduti ed esplorando aree inesplorate, il tuo corpo riacquisterà la capacità di godersi le cose più semplici della vita, come fanno i bambini”, scrive. “Passo dopo passo mentre scali una montagna, la tua mente sentirà la magnificenza del creatore e il tuo corpo diventerà dipendente dall’euforia prodotta da un sano esercizio fisico…. Non perdere mai il tuo amore per la natura o la paura di questo sport unico. Trascurare la montagna significa perdere tutto”.

Il Maestro

Per realizzare i migliori scarponi da arrampicata possibili, è necessario conoscere il terreno e le condizioni a cui saranno esposti. Raúl Revilla ed Emilio Vega su una delle tante scalate del vulcano che gli hanno permesso di acquisire le conoscenze che poi ha utilizzato per distinguersi nel suo lavoro di calzolaio. Messico. Collezione Alfredo Revilla

A quei tempi, l’arrampicata consisteva nel portare a termine le prime scalate. Qualsiasi parete o vetta inviolata suscitava l’entusiasmo della comunità di alpinisti, che si lanciava in nuove sfide senza alcuna guida o istruzione. Quelle erano scalate di vita o di morte. Raggiungere la vetta era un obbligo e gli alpinisti usavano qualsiasi mezzo a portata di mano: espadrillas e scarponi Ten-Pac come scarpe da arrampicata; chiodi e corde d’agave legate con un nodo ai fianchi per sicurezza; tecniche primordiali come il rappel di Dülfesitz, e giacche di pelle per evitare abrasioni. “Raúl Revilla rappresenta quell’era romantica nell’alpinismo”, dice Héctor Ponce de León, “non solo in Messico ma nel mondo intero….” Quel tempo in cui si raggiunsero importanti conquiste su montagne e pareti. Ciò che lo contraddistingueva di più era lo spirito di avventura, per lui l’arrampicata rappresentava ormai più di uno sport, era un ideale…un’esplorazione delle possibilità mentali e fisiche”.

Non esisteva attrezzatura da arrampicata in Messico nei primi anni della carriera di arrampicata di Raúl, quindi ognuno sviluppava le proprie soluzioni. La sua mente innovativa e le sue abili mani lo hanno reso un prolifico designer e ingegnere di attrezzatura da arrampicata. Settant’anni fa, come un vero fabbro si mise a creare chiodi e, prendendo spunto da First on the Rope di Roger Frison-Roche, creò il suo primo moschettone. Da quel momento in poi non fu più necessario rischiare la vita slegando la corda dalla vita per proseguire la scalata.

Il 7 aprile 1952 Raúl fece il primo tentativo di ascesa della parete ovest di Las Brujas con Emilio Vega, suo compagno di cordata. La via vede ancora pochissime salite a causa del suo finale impegnativo con un lungo tratto da percorrere senza possibilità di protezione. Raúl ed Emilio dovettero abbandonare la salita a soli 20 metri dalla cima. Una settimana dopo, all’età di 27 anni, Raúl sposò Paula Sandoval Arroyo, che aveva conosciuto nella fabbrica Ten-Pac; sua moglie aveva terribilmente paura di perderlo in una scalata pericolosa. Dopo averle promesso di smettere di arrampicare, Raúl donò tutta la sua attrezzatura al suo apprendista, Juan Medina Saldaña. Poco meno di un anno dopo, Medina liberò Las Brujas.

Il Maestro

Proprio come oggi, negli anni ’40 la comunità era una parte essenziale dello sviluppo dell’arrampicata. Raúl e il suo compagno di cordata, Emilio, posano con un gruppo di amici in montagna. Foto: Collezione Emilio Vega

Sebbene avesse accettato di smettere di arrampicare, Raúl non ha mai abbandonato la sua passione, promuovendo questo sport ogni volta che ne aveva l’opportunità. All’inizio degli anni ’60 divenne il primo calzolaio a realizzare scarponi solidi e impermeabili in grado di resistere a scalate difficili. Dedicò notti e giorni allo sviluppo dei suoi famosi scarponi d’arrampicata Revilla, e, per qualche tempo, a zaini e sacchi a pelo. La fama di Revilla decollò alla fine di quel decennio, quando il miglior speleologo messicano dell’epoca, Jorge de Urquijo Tovar, si recò a casa di Raúl per chiedergli di realizzare una riproduzione degli scarponi Galibier che aveva portato dall’Europa.

Ogni paio di scarponi Revilla porta con sé una parte della filosofia attraverso cui Raúl ha cercato di ottenere una visione più ampia dell’esistenza nell’arrampicata. Le scarpette d’arrampicata e gli scarponi Revilla sono stati realizzati a mano sin dal primo giorno e fino ad oggi conservano lo stile di allora e la stessa qualità di prim’ordine. Alfredo Revilla, il figlio di Raúl, mantiene viva questa eredità nello stesso laboratorio in cui suo padre ha lavorato per decenni e dove Alfredo continua a realizzare scarpe con materiali locali di altissima qualità e lavorazioni finemente dettagliate, onorando la comunità che le ha utilizzate per 60 anni. La maggior parte delle scalate dei vulcani messicani e delle arrampicate su pareti rocciose sono state, e sono tuttora, realizzate indossando questi scarponi, che indubbiamente segnano un “prima” e un “dopo” in questo sport.

“Per me, ricevere l’eredità di mio padre nella vita, sia come calzolaio che come scalatore, è un onore inestimabile, una grande responsabilità, e sono molto grato perché così il suo nome sopravviverà”, dice Alfredo. “Sapeva di essere unico in quello che faceva e io devo proseguire su quella linea: essere unico e fare le cose bene. In questo bellissimo sport che molti di noi praticano risiede il nostro modo di continuare a crescere, di prenderci cura del nostro corpo, del nostro spirito e di guarire tutto ciò che è dentro di noi. Per me è molto importante ricevere questi gioielli di cui mi prenderò cura con grande dignità”.

Il Maestro

Nella bottega, Alfredo conserva una foto di suo padre, dal quale non solo ha imparato un mestiere, ma ha anche ottenuto un’eredità. Pachuca, Hidalgo, Messico. Foto: Collezione Alfredo Revilla

Ma prima o poi, come si suol dire, le grandi passioni tornano a bussare alla tua porta. Durante gli anni ’80, Raúl iniziò a soffrire di forti dolori muscolari che i medici non riuscivano a spiegare. Incapace di trovare sollievo, Raúl afferrò l’unico paio di scarponi che gli erano rimasti. Sua moglie gli chiese: “Dove vai?”, pregandogli di mantenere la sua promessa di non arrampicare. “Devo andare”, rispose, “sto malissimo”. E salì in cima a El Crestón.

Il suo amore per la natura e la convinzione che le montagne fossero il luogo in cui poteva curare il suo dolore sono stati ciò che ha reso Raúl un grande insegnante di sport verticali. Forse questo è il modo migliore per riconoscere l’eredità che ha tramandato sia alla sua famiglia che alla sua comunità. Oltre a condividere il segreto su come costruire i suoi famosi scarponi con Alfredo, Raúl è rimasto attivo nella comunità d’arrampicata per più di 25 anni dopo essersi ammalato. Ha continuato a promuovere l’alpinismo e l’arrampicata attraverso l’Asociación Hidalguense de Excursionismo, Alpinismo y Exploraciones e l’Instituto Politécnico Nacional, entrambe istituzioni con cui ha collaborato a stretto contatto per molti anni.

“Gli scalatori di tutto il mondo conoscevano la reputazione di Raúl. Il Maestro è lo scalatore che ha introdotto lo sport [a Pachuca] nel 1943. Era diventata un’ossessione, una missione per noi incontrarlo, era come cercare il Santo Graal”, hanno raccontato il fotografo Bill Hatcher e lo scalatore Todd Skinner in un’uscita del 1991 di Rock and Ice. “Ovunque andassimo, il Maestro veniva trattato con il massimo rispetto. Non c’è nessun altro nell’arrampicata americana che tutti ammirano così fortemente. È il loro “Jorge” Washington dell’arrampicata”.

Raúl sarà ricordato come un personaggio forte e colto, una persona profondamente attaccata ai suoi principi e un perfezionista ossessivo che si dedicava ai suoi cari. Ha accolto nella sua casa nuove generazioni di alpinisti fino ai suoi ultimi giorni, tra cui Germán Wing, Andrés Delgado e Carlos Carsolio. Ha sempre offerto loro quell’intimo rapporto di amicizia che esiste tra alpinisti, e conversazioni piene di esperienza che li avrebbero poi accompagnati in vetta.

“È stata una figura molto importante nella mia vita”, dice con affetto Germán, ricordando la casa in cui tanti alpinisti si sono recati in pellegrinaggio. “Mi ha sempre accolto a casa sua con grande affetto. Partivo da Città del Messico, scendevo dall’autobus e andavo a piedi a casa di Don Raúl. Lì, a fine giornata, mi apriva la porta, mi salutava con un “pásale”, e poi mi addormentavo nel suo soggiorno con il sacco a pelo. Il giorno dopo ci dirigevamo al Circo del Crestón… Lo ricordo sempre con tanto affetto. Porto nel cuore Don Raúl per tutto ciò che ha significato e influenzato nella mia vita di scalatore”.

L’eredità che Raúl ha lasciato trascende i decenni in cui ha portato a termine alcune delle scalate più venerate in Messico, un periodo in cui sono nati decine di club in tutto il Paese facendo in modo che Raúl si unisse a loro. Il Maestro Revilla ha condotto la via verso le vette non solo delle pareti più imponenti del Paese, ma anche dell’insegnamento, dell’innovazione e dell’imprenditorialità nel campo della sua più grande passione: la montagna. Lascia un motto audace per le generazioni future: “Crea soluzioni, non scuse”.

Il Maestro

Raul Revilla Quiroz (1923 – 2022) Padre, marito, alpinista e artigiano. Il suo ricordo sarà sempre con noi. Foto: Collezione Emilio Vega.

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